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La comunicatività ambientale

sentire coi sensi

Generalmente l’idea di barriera architettonica è associata alle restrizioni relative alla mobilità motoria, esistono però tipologie di barriere il cui risultato comporta altre forme di limitazioni funzionali, relazionali e d’interazione. Il Decreto del Ministero dei Lavori Pubblici include nella definizione di barriere architettoniche “la mancanza di accorgimenti e segnalazioni che permettono l’orientamento e la riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo per chiunque, ed in particolare per i non vedenti, gli ipovedenti e i sordi”. Alle barriere architettoniche intese come “ostacoli fisici che sono fonte di disagio per la mobilità di chiunque” e impedimenti alla “comoda e sicura utilizzazione di parti, attrezzature e componenti” il Decreto aggiunge quindi il riferimento su “mancanza di accorgimenti e segnalazioni” relative a “orientamento e alla riconoscibilità dei luoghi e delle fonti di pericolo”.

Appare dunque chiara la presa d’atto da parte del legislatore dell’esistenza di altri tipi di barriere inerenti le restrizioni alla comprensione e la percezione, anche in mancanza di evidenti ostacoli di tipo fisico.

Parliamo dunque di barriere immateriali per identificare la mancanza di informazioni chiare, sotto il profilo della loro organizzazione e della percettibilità, visiva e uditiva in primo luogo. La normativa italiana approfondisce e classifica in successivi provvedimenti i tipi di minorazioni visive (cecità totale, parziale, ipovedenza grave, medio grave, lieve) e uditive (lieve, media, grave e profonda).

Immaginare il mondo delle limitazioni come un corpus unico e pensare alle persone che ne sono affette come un insieme dato e omogeneo è fuorviante, basti pensare che spesso le limitazioni sono determinate (o acuite) da mutevoli convergenze ambientali, fisiologiche, lavorative, incidentali o più comunemente dovute all’invecchiamento.

Dati del Ministero della Salute indicano in circa 130 mila le persone con cecità parziale e totale in Italia, l’indagine Istat “La disabilità in Italia” relativa agli anni 2004/05 certifica che le persone con deficit sensoriali (vista, udito e parola) sono 217 mila, il Censis valuta in circa 4 milioni il numero complessivo di persone con disabilità. Dall’indagine Istat sul 2013 emerge che il 25% degli italiani risultano avere limitazioni funzionali, invalidità o cronicità gravi che ne restringono l’inclusione sociale. Dati, questo va detto, non sempre recenti, spesso relativi ad indagini campionarie incentrate su specifici focus (come il rapporto dei cittadini con i servizi sanitari, la mobilità, il grado d’istruzione) e raccolti per ragioni di programmazione sanitaria.

La limitatezza di dati disponibili, la frammentarietà con cui essi sono aggregati non facilita la predisposizione di un quadro chiaro di ricerca su macro e micro tipologie di disabilità. Questo articolo nasce anche grazie alla collaborazione ed il parere attivo di esperti sulle tematiche accessibili: Eugenia Monzeglio, Consuelo Agnesi e Lucia Baracco durante il percorso formativo svoltosi a gennaio e febbraio ci hanno aiutati ad analizzare gli ostacoli di natura senso-percettiva presenti nella città di Matera ed a riflettere sul senso degli incrementi informazionali.

 

Quali barriere

cartello pericolosoNon sempre esiste la totale visione o cecità, bensì formule intermedie che, pur consentendo molte azioni abituali, incrinano la percezione degli elementi ambientali; in termini di orientamento, sicurezza e autonomia nel quotidiano.

La condizione di ipovisione può dipendere da molteplici ragioni, la degenerazione maculare, il glaucoma, la retinopatia diabetica, la retinite pigmentosa e ancora, la miopia, l’ipermetropia, il daltonismo, esse si differenziano anche per sintomatologia: dalla visione “a canna di fucile”, a quella a chiazze piuttosto che un appannamento di una parte più o meno estesa della visuale come accade per la cataratta.

Condizioni esterne come il grado d’illuminazione, la distanza, la rifrazione della luce e il colore dell’oggetto,il percorrere gli scalini in alzata o in discesa possono rappresentare ulteriori elementi di confondimento o di conferma per l’ipovedente.

La cecità assoluta non compromette di per sé la possibilità di muoversi (anche perché spesso i ciechi sono accompagnati, assistiti da cani guida o dotati di bastone) ma è complicata dalla presenza di fonti di pericolo (ostacoli e sporgenze non segnalate) e dall’assenza di informazioni che non direzionano e non identificano le parti salienti dell’ambiente oppure perché collocate in una posizione non tracciabile dal movimento del bastonePer fortuna esistono ambienti ricchi di dettagli naturali che aiutano ad orientarsi, in altri casi è necessario predisporre la più ampia comunicatività ambientale, l’organizzazione univoca delle informazioni e se necessario rimuovere le fonti che confondono la percezione.

problemi da ipovedenzaConsuelo Agnesi sottolinea come siamo abituati a imaginare la comunicazione in modo prevalentemente “vocale”, tanto da non far caso alla possibilità che per alcuni di noi le informazioni fondamentali non arrivano dal canale sonoro. Che pericoli ci sono per un sordo in una cttà? La strada, con il traffico caotico e le manovre avventate. Uno stato di emergenza (conseguente ad un’esondazione, ad esempio) con l’impossibilità di ricevere informazioni importanti diramate da altoparlanti e ancora, gli automatism del casello autostradale, l’ascensore che si blocca senza poter sentire in vivavoce l’operatore, la sicurezza domestica.Il concetto di ostacolo cambia che si tratti di cieco, sordo o ipovedente. Si pensi ad un attraversamento pedonale, generalmente percorribile bene da un ipovedente che però potrebbe trovare problemi nella lettura di un cartello o percorrendo gradini con una scala cromatica ostica. Oppure un cieco che riesce a discendere le scale ma non riesce ad intercettare ostacoli sospesi e un sordo che pur potendo avere in città una panoramica fedele di sporgenze, gradini o di un incrocio può non ricevere segnalazioni d’emergenza al momento opportuno (come una sirena del pronto intervento durante il giorno!).

 

Il rapporto di fiducia, un esperimento di immedesimazione

La formazione delle persone, ed in particolare degli operatori di strutture ricettive è un tassello fondamentale nel percorso di accoglienza. omiomunicare bene non significa soltanto una generica educazione nel relazionarsi (che pure è sempre auspicabile) ma investe a pieno titolo l’idea d’inclusività, con il carico di vitalità nelle relazioni e interazioni che la connotano e che investono per intero il concetto d’inclusione.

A volte per comprendere certe condizioni si dovrebbe sperimentarle in prima persona, il Centro Arti Integrate (nelle persone di Andrea Santantonio e Nadia Casamassima) si è reso disponibile a insegnarci qualcosa, a metà tra la costruzione di una condizione empatica tra persone ed un’esperienza a contatto con i propri limiti personali.

Presso il complesso “Le Monacelle” il team di MateraMare è stato suddiviso in vari gruppi composti da due persone, entrambe a turno nella parte di accompagnatore e accompagnato (quest’ultimo bendato).

Ognuno ha provato cosa significa non avere stimoli visivi, l’accompagnato (nei panni del cieco) inizia questo gioco investito da una sensazione di spaesamento, di vulnerabilità; ben presto si rende conto che se vuole muoversi è obbligato a fare molta più attenzione del solito agli stimoli uditivi e percettivi in generale. È da questi che deve trarre informazioni preziose sugli ostacoli, quindi sul numero di persone in prossimità, sulla sua posizione nello spazio, costruendo e riadattando momento dopo momento la mappa mentale di ciò accade attorno a lui.

Superata una iniziale fase di “pietrificazione” è stato chiesto all’accompagnato di provare a muoversi secondo gli stimoli provenienti dal suo accompagnatore, quest’ultimo poteva intervenire direzionando a voce e con le mani. Provare ad essere accompagnati rende totalmente dipendenti dagli stimoli e dalle indicazioni provenienti dall’altro che diventa letteralmente “i propri occhi”, un passo dopo l’altro emergono però i canali alternativi alla vista, lentamente si acquisisce maggiore sicurezza dei propri passi in funzione del modo con cui l’accompagnatore fa sentire sicuri e sa guidare.giochi tra diversi

Andrea e Nadia hanno chiesto all’accompagnatore di eliminare gradualmente gli stimoli vocali e direzionare soltanto tramite il contatto fisico. A questo punto l’accompagnato non può far a meno di scoprire che deve imparare a “sentire” con i muscoli e la pelle, tramite la pressione e i tocchi dell’accompagnatore, tra di loro viene così ad instaurarsi un codice, fatto di spintarelle, correzioni gentili e a volte bruschi strattoni con cui uno comunica all’altro che deve avanzare, fermarsio virare. È un linguaggio implicito, che richiede sensibilità e fiducia reciproca perché se è fondamentale affidarsi all’accompagnatore è altrettanto importante che questo sappia comunicare, la persona bendata infatti in quel momento è totalmente in balia delle proprie decisioni e dipende dal modo con cui queste sono comunicate.

Già, comunicare. È in questa situazione che si apprende che esistono anche altri linguaggi, fatti di canali sopiti e modi diversi di fare tante cose. Da questa sperimentazione abbiamo imparato che:

  • smettere di utilizzare un sicuro canale comunicativo fa sentire vulnerabili e immobilizza
  • esistono però altri canali, scoprirli fa riflettere, allo stesso tempo spaventa e affascina
  • il rapporto che si viene a creare tra persona bendata e accompagnatore è qualcosa di indescrivibile, si costruisce dal nulla un codice, un linguaggio implicito, necessario per poter procedere. Si sente l’altro in un modo diverso, forse più ampio e meno superficiale, si “ascolta” il modo in cui quella persona ci parla, come ci tocca.

Per questo crediamo che discutere su fruizione e accessibilità dei percorsi, dei luoghi e delle esperienze non è solo una questione di architettura. Facciamo nostre le parole di Eugenia Monzeglio affermando che l’orientamento è anche una questione di momenti organizzativi e gestionali, momenti in cui l’impiego di incrementi informativi sa porsi al servizio della comunicatività ambientale. Ciò non implica che tutto sia sempre e comunque completamente utilizzabile da parte di tutti ma è fondamentale che nella fase di progettazione si cerchi di rispondere alle esigenze del maggior numero di persone e, nel farlo, ci si ponga in modo critico ma anche creativo per costruire la migliore comunicatività dell’ambiente possibile.

Associazione Culturale C-FARA

 

Si ringrazia:

Eugenia Monzeglio, Consuelo Agnesi, Lucia Baracco

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